Burocrazia e dintorni: le imprese si interrogano a Genova. ITALIA



    

imprese_burocraziaAndare o restare. Un dilemma con cui le imprese italiane devono fare i conti sempre più spesso, almeno laddove l’alternativa non prevede il terzo corno, ovvero chiudere. Di questo si è discusso a Genova la settimana scorsa nel corso dell’assemblea di Confindustria Genova, l’ultima da Presidente per Giuseppe Zampini giunto alla scadenza del suo mandato.

Il titolo dell’assise tenutasi a Palazzo Ducale era proprio “Vado. Resto. Perché ce ne andiamo, perché restiamo”, una sorta di autoanalisi degli imprenditori per schiarirsi le idee e individuare soluzioni agli ancora tanti ostacoli di chi fa impresa in Italia. Infatti, sebbene i dati Confindustria dell’ultimo scenario economico aprano alcuni spiragli, i problemi strutturali sono ancora tutti lì, in attesa di essere affrontati: dall’alta disoccupazione (i giovani, soprattutto), alle sofferenze bancarie; dai margini di guadagno delle imprese vicini ai minimi storici, a un’edilizia in stand by. E ancora, tasse alte – ma non è una novità – e competitività dei costi prossima allo zero. Dulcis in fundo, le lungaggini del sistema giudiziario e l’incertezza dei feedback da parte della pubblica amministrazione – tradotto: se arrivano, quando arrivano.

In particolare, a Genova, alla presenza anche del Presidente nazionale Vincenzo Boccia, si è voluto discutere di quest’ultimo aspetto, individuando nel fattore “tempo” un elemento discriminante “per la questione industriale come grande questione nazionale”, per usare le parole di Boccia: autorizzazioni, permessi, delibere, conferenze dei servizi, rappresentano la parte burocratica che – sia chiaro – deve essere espletata perché avere le carte in regola non è solo formalità. Ma i tempi, denuncia chi fa impresa, sono troppo lunghi. Se invece le interazioni tra imprese e istituzioni funzionassero, allora si moltiplicherebbero quelli che Zampini ha definito “esempi positivi”, vale a dire “il nuovo insediamento di Ansaldo Energia a Cornigliano, dell’Esaote a Multedo e, per quanto agli inizi, il processo di reindustrializzazione delle aree Piaggio a Sestri”. In ogni caso, ha enfatizzato Zampini “a volte è meglio un no chiaro piuttosto di un sì che in realtà è un no; le istituzioni agiscano aumentando l’efficacia dei servizi, la semplificazione delle norme e dei processi decisionali”.

Nel mirino degli industriali, ovviamente, finisce poi la questione delle troppe incursioni della giustizia amministrativa che spesso intralcia lo sviluppo di iniziative strategiche, anche sulla spinta dell’opposizione da parte delle comunità locali. Un punto, questo, su cui l’Italia è molto indietro, comprese le imprese – aggiungiamo noi – che spesso trascurano l’importanza di comunicare correttamente con il territorio con cui il progetto dovrà essere condiviso. In fondo pure questa è “normalità” …

L’articolo del Sole 24 Ore

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