Come sarà il dibattito pubblico “all’italiana”

Opinione

30-01-2018     Emilio CONTI, Università IULM di Milano e consulente di Public Affairs Advisors

Il tema della realizzazione di nuove opere infrastrutturali, e la loro accettazione da parte delle comunità locali coinvolte, presenta nel nostro Paese diversi aspetti comuni qualsiasi sia l’intervento: decisione di realizzare l’infrastruttura senza un adeguato coinvolgimento degli attori locali, assenza di partecipazione e dibattito sul progetto presentato, scarsa trasparenza dei processi autorizzativi, mancanza di fiducia dei cittadini negli organi amministrativi di controllo, di gestione e di indirizzo. Per poter superare tale situazione, da anni ormai si parla di introdurre nel nostro ordinamento una norma che preveda il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini in occasione della realizzazione di nuove opere necessarie a infrastrutturare meglio il nostro Paese.

Proprio il tema della partecipazione e del coinvolgimento dei cittadini è stato al centro della discussione di un gruppo di lavoro del #TAVOLOITALIA nell’incontro che si è tenuto a Roma il 24 gennaio scorso, nel quadro della presentazione del “Rapporto Orti 2017 – L’economia delle regioni italiane e i rapporti tra le Amministrazioni territoriali e le imprese”.

Tra gli argomenti messi sul tavolo da parte dei diversi relatori, un tema che ha visto numerosi interventi è quello relativo alla bozza di DPCM sul Dibattito Pubblico, previsto dall’articolo 22 del Codice degli Appalti (D.Lgs 50/2016), e in discussione in queste settimane nelle Commissioni parlamentari di Camera e Senato.

Il modello che è stato preso per la stesura di questa norma è la Legge sul Débat publique francese. Dopo anni di discussione e bozze di testi di Legge, il fatto che oggi stia finalmente per concretizzarsi questo nuovo DPCM è visto come un buon auspicio. Ci si augura solamente che questa norma riesca a vedere la luce con questa Legislatura e non debba slittare di non si sa quanti mesi, con tutte le incognite del caso!

Nel complesso i contenuti ricalcano la Legge francese, che ricordiamo viene applicata nel Paese transalpino dal lontano 1995, e che vede, secondo le stime della Commission Nationale Débat Publique, la realizzazione di oltre l’80% dei progetti presentati, con modifiche anche significative definite proprio nella fase di Dibattito pubblico, mentre sono pochi i progetti che vengono bocciati e non proseguono il loro iter. Un dato che in Italia, se si osservano le statistiche, sembra una chimera, visto che qualsiasi progetto di qualsivoglia natura viene contestato e molti, per non dire la quasi totalità, subiscono ritardi di mesi se non di anni nella loro realizzazione.

Un aspetto molto positivo della bozza della nuova norma è che, come riportato nell’art. 5, “Il dibattito pubblico si svolge nelle fasi iniziali di elaborazione di un progetto di un’opera o di un intervento, in relazione ai contenuti del progetto di fattibilità ovvero del documento di fattibilità delle alternative progettuali”. Si ritiene infatti che avviare un dialogo fin dalle fasi preliminari di progettazione di un’opera sia la giusta leva per far realmente partecipare le comunità locali che, in questo modo, possono sottoporre delle istanze ricevibili, mentre con le norme attuali le osservazioni a un progetto esecutivo difficilmente possono venir prese in considerazione.

La bozza del DPCM contiene però alcuni aspetti che andrebbero ripensati e modificati prima della loro formulazione finale: il primo è legato al fatto che tra le opere da sottoporre a Dibattito pubblico sono esclusi gli impianti del settore energia (a esclusione degli elettrodotti) e quelli del settore rifiuti. Facciamo osservare che proprio queste due tipologie di infrastrutture, indispensabili per affrontare e risolvere alcune criticità ambientali, sono oggi tra le più contestate in qualsiasi regione del nostro Paese, ed escluderle quindi da un percorso di Dibattito pubblico ci sembra senza senso.

Il secondo aspetto, forse più tecnico, ma che rischia di creare problemi soprattutto di “percezione e credibilità” dell’intero percorso è il fatto che il Coordinatore del dibattito pubblico – la figura che progetta le modalità di svolgimento, valuta il dossier del progetto, favorisce il confronto tra le parti e redige infine la relazione conclusiva – viene, secondo la norma, scelto e contrattualizzato dal soggetto proponente. Anche se diamo per scontato la competenza e la professionalità di colui che ne ricoprirà tale carica, rimane il dubbio sulla terzietà di chi organizza l’intero percorso di Dibattito pubblico e ne redigerà le conclusioni. Riteniamo che se, come in Francia, il responsabile del Dibattito fosse scelto dalla “Commissione sul dibattito pubblico” tra una rosa di professionisti accreditati, la percezione da parte delle comunità locali e dei cittadini sarebbe sicuramente diversa e la terzietà maggiormente garantita.

Detto ciò, ribadiamo come questa norma sia importante per far crescere la cultura del confronto e della partecipazione in un processo che fino a oggi ha visto affrontare la realizzazione di nuovi progetti senza un reale coinvolgimento delle comunità locali. Un confronto che, fino ad ora, troppo spesso si è trasformato in muro contro muro.

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