Referendum: it’s Titolo V, stupid!

Opinione

29-09-2016     Stefano DA EMPOLI

Dopo un’attesa febbrile durata alcuni mesi, finalmente dallo scorso 26 settembre conosciamo la data del referendum costituzionale, che si terrà il prossimo 4 dicembre. Nel frattempo la campagna elettorale è ampiamente partita, da una parte e dall’altra. Anche se difficilmente si può dire che il livello di informazione degli italiani sui contenuti della riforma ne abbia tratto fin qui grande giovamento. Molto (o meglio quasi tutto) si è detto sui presunti risparmi economici in termini di riduzione del costo di funzionamento delle istituzioni. Da un lato, come è normale, il fronte del sì ne ha enfatizzato l’entità, dall’altro i sostenitori del no hanno contestato le stime del campo avverso. Quello che è meno normale è che, per quanto si possa essere ottimisti sull’ammontare dei risparmi, peraltro esplicitamente evocati nel quesito referendario, appare difficile spiegare un intervento su un terzo della Costituzione (47 articoli su 139) con qualche centinaio di milioni di minori spese, cioè una piccola frazione di una spending review che potrebbe ottenersi con legge ordinaria o perfino con singoli decreti ministeriali.

Le Costituzioni sono fatte per durare almeno qualche generazione (si pensi a quella degli Stati Uniti che è sostanzialmente immutata da quando entrò in vigore nel 1789); pensare di giustificare un intervento così sostanziale con il principale scopo di ottenere un risparmio sul bilancio dello Stato che, anche qualora ci fosse, equivarrebbe al massimo a meno di un millesimo del suo ammontare complessivo, appare davvero poco difendibile sul piano della logica e anche della dignità di un Paese come l’Italia. Che meriterebbe di essere trattato, da una parte e dall’altra, con qualcosa di più del rispetto che si può attribuire a una Repubblica delle banane o a un qualsiasi atollo sperduto in mezzo al Pacifico.

Ci rendiamo conto che un risparmio di spesa, specie se si riferisce ai costi di funzionamento delle istituzioni, sia più facile da spiegare agli elettori di meccanismi complessi come il bicameralismo o i rapporti tra Stato e Regioni. Ma se nei prossimi due mesi l’aspetto contabile rimarrà il principale argomento a giustificazione del referendum vorrà dire che gli italiani andranno a votare ad occhi chiusi, senza alcuna consapevolezza delle conseguenze del proprio voto. E allora vorrà dire che il Presidente del Consiglio si sarà meritato l’alea di giocarsi il suo futuro politico alla roulette russa.

Al di là del destino personale del Premier, sarebbe un peccato per il Paese e per chi ha congegnato la riforma, sulla scia di riflessioni che durano da molti anni e in alcuni casi da decenni. Perché in effetti la revisione costituzionale introduce dei cambiamenti sostanziali nel funzionamento delle istituzioni pubbliche.

Due sono i principali mutamenti che ne deriverebbero, sul processo legislativo e sui rapporti tra centro e periferia.

Nei rimasugli di tempo dedicati negli scorsi mesi ai contenuti rilevanti della riforma, qualcosa in più è stato dedicato al primo tema, ma quasi sempre perché si collega più facilmente al mantra ragionieristico (i senatori non verrebbero pagati e peraltro essendo soltanto 100 avrebbero bisogno di minori spazi, meno assistenti, ecc. rispetto agli attuali 315, ai quali aggiungere i senatori a vita). Molta meno attenzione è andata alla riforma del Titolo V, che disciplina appunto i rapporti tra lo Stato e gli enti territoriali e che, a parere di chi scrive, è la parte più importante e potenzialmente più positiva della riforma costituzionale. Perché i difetti di fabbrica della precedente riforma costituzionale del 2001 sono sotto gli occhi di tutti, federalisti e centralisti. Testimoniati più di ogni altra cosa dal conflitto di competenze tra Stato e Regioni che continua a rappresentare una percentuale del tutto significativa delle sentenze della Corte Costituzionale (nel 2015, ben il 41% contro il 6% del 2000), con tutto l’aggravio di costi che questo rappresenta non solo per Stato e Regioni, l’uno contro le altre armati e dunque probabilmente meno disposti a collaborare di quanto sarebbe utile per il Paese, ma anche per cittadini e imprese che si trovano ad operare in un quadro giuridico tutt’altro che chiaro.

D’altronde la divisione di competenze tra Stato e Regioni che venne operata con la riforma del 2001, insieme alla previsione delle aree legislative concorrenti, che si è rivelata del tutto ambigua, era palesemente inadeguata, in aree chiave per la competitività dell’Italia, dalla promozione del turismo e del commercio estero alle infrastrutture e all’energia (ma non solo).

Ora, naturalmente, una volta rimessa in ordine una casa afflitta da un costante e apparentemente inestinguibile disordine, occorre evitare di far oscillare troppo il pendolo dei rapporti di forza tra centro e periferia.

In questo senso, le due strade maestre appaiono un uso moderato della clausola di supremazia, introdotta dalla riforma, con la quale lo Stato può esercitare la propria potestà legislativa anche in materie riservate esclusivamente alle Regioni, da limitare solo a casi di forza maggiore, e una delega di competenze su alcune aree di policy, prevista esplicitamente dal nuovo testo costituzionale, alle Regioni che ne facciano richiesta e sappiano meritarsela (purché la selezione sia effettuata secondo criteri oggettivi e meritocratici, che tengano conto in primis del bene dell’Italia e dei suoi cittadini).

Su un tema del genere, forse più di altri che, pur importanti, appaiono più discutibili (a partire dal nuovo Senato), i fautori del sì possono uscire dalla roulette contabile sulla quale rischiano di giocarsi tutto. Purché si impegnino seriamente a spiegare i contenuti della riforma e a dare una nuova prospettiva al rapporto tra Stato ed enti territoriali, che non rappresenti un ritorno al passato delle lancette della storia ma sia proiettato al futuro, con maggiore autonomia laddove possibile e più coordinamento dal centro qualora indispensabile. Sempre con l’obiettivo comune di aumentare l’efficienza delle istituzioni, mettendole al migliore servizio possibile di cittadini e imprese.

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