Mezzogiorno: se una rondine non fa primavera

Opinione

21-11-2016     Eleonora MAZZONI

L’economia del Mezzogiorno torna a crescere nel 2015 (+1%) dopo sette anni di recessione, superando di 0,3 punti percentuali anche il Centro – Nord. Questo quanto emerge dal  rapporto SVIMEZ 2016 pubblicato lo scorso 10 novembre. Anche se i problemi strutturali dell’area non sono svaniti, in questo dato si riconosce la capacità dell’economia meridionale di agganciarsi alla ripresa nazionale già in corso. La crescita del Pil meridionale è tornata ad essere influenzata positivamente dalla componente interna della domanda: dopo anni di flessione i consumi crescono dello 0,3% (+0,7% i consumi delle famiglie) e gli investimenti dello 0,8%, frutto della ritrovata fiducia e del miglioramento delle aspettative. Bisogna certo notare che la crescita del prodotto ha beneficiato nel 2015 di alcune condizioni particolari: un’ annata molto favorevole per l’agricoltura, la crescita del valore aggiunto nel settore dei servizi e soprattutto nel turismo – probabile seguito di un effetto sostituzione legato alle crisi geopolitiche nel Mediterraneo che hanno dirottato parte del flusso turistico vero il nostro meridione – e la chiusura della programmazione dei Fondi strutturali 2007-2013. Le previsioni per il biennio 2016 – 2017 sembrano comunque indicare che anche le regioni del Sud hanno imboccato la via della ripresa, con un Pil in aumento dello 0,3% nel 2016 e dello 0,9% nel 2017.

L’economia del Mezzogiorno, come ha sottolineato durante la presentazione del rapporto Riccardo Padovani, Direttore di Svimez, è fondamentale per la crescita di tutto il Paese. Rappresenta infatti un mercato di sbocco fondamentale per la produzione nazionale ed è in grado di esercitare un forte stimolo sull’economia settentrionale. Il tema è dunque di centrale importanza per permettere la stabilizzazione della crescita economica in Italia, e per questo la ripresa dell’economia meridionale deve arrivare ad essere strutturale,  canalizzata da una politica industriale che non si limiti ad interventi “di emergenza”. L’ampliamento del divario di sviluppo tra le regioni italiane, cui si è assistito dal 2008, va infatti collocato in un quadro europeo dove le regioni della convergenza nostrane segnalano un ritardo competitivo importante anche con le regioni della convergenza degli altri paesi UE. A questo risultato concorrono i noti fattori di contesto (qualità delle istituzioni, stabilità macroeconomica, infrastrutture, qualità dei servizi e del capitale umano, mercato del lavoro), e quelli legati all’efficienza dei processi e al grado di innovazione.

In base al Regional Competitiveness Index (RCI)[1] sviluppato dalla Commissione Europea anche le regioni più sviluppate d’Italia sono poco competitive in confronto alla media UE: la Lombardia, prima in classifica per RCI tra le regioni italiane, è l’unica a registrare un indice di competitività positivo (fatta 0 la media UE) e occupa comunque il 128 posto su 262, seguita da Emilia Romagna e Lazio, già con un indice di segno negativo. In questa classifica le regioni del Sud Italia occupano gli ultimi posti. Il più basso valore dell’indice si registra in Sicilia, ultima tra le regioni italiane per competitività e 235 esima nella graduatoria europea. Le regioni del meridione presentano quindi un doppio ritardo di competitività: sul territorio nazionale e in Europa. Anche il mercato del lavoro che pur sembra migliorare sotto l’aspetto dell’occupazione complessiva, nasconde una crescita del lavoro part – time nelle professioni meno qualificate a fronte della progressiva perdita di peso delle occupazioni più qualificate. Si investe sempre meno in capitale umano e il tasso di proseguimento scuola – università, in riduzione in tutta Italia, nel 2015 ha interessato drammaticamente il Sud.

L’avvio del nuovo ciclo di programmazione 2014-2020 e la presentazione del Ddl Bilancio 2017 possono quindi rappresentare un’ occasione per rilanciare nel Mezzogiorno interventi che aiutino a superare l’attuale basso accesso delle imprese meridionali alla maggior parte degli strumenti nazionali di politica industriale e a convogliare le risorse verso interventi per la crescita dimensionale, l’internazionalizzazione e l’accesso al credito, oltre che a favorire ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico.

news_grafico

[1] Il RCI è un indice di competitività regionale sviluppato dalla Commissione Europea che pondera grandezze e caratteristiche quali: la stabilità macroeconomica, la dotazione infrastrutturale, la sanità, la qualità del capitale umano, l’efficienza del mercato del lavoro, la dimensione del mercato, l’innovatività, la qualità delle istituzioni. Per una disamina più approfondita sulla costruzione dell’indice si rimanda alla pagina dedicata.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.